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DALLE PERVERSIONI ALLE PARAFILIE

Carlo Rosso 
Professore A.C. Psicopatologia Sessuale, Università di Torino

Stefano Sanzovo
Dipartimento di Salute Mentale, ULSS n.8, Montebelluna (TV)

NOUMEN, Rivista semestrale di ricerca psicosociale, Anno 16, n. 37, Dic 2007


Introduzione
Come si possono stabilire i disturbi di un individuo nell’area della sessualità? Come si può giudicare quanto devia dal comportamento comune e quando no? E quando questo diventa patologia mentale? Classificarlo significa stabilire una norma per l’attività sessuale della società che la vede applicata. La nosografia ufficiale lo ha fatto, nel tempo, a seconda del periodo che viveva. Questo capitolo vuole rappresentare un excursus nella storia delle definizioni dell’attività sessuale “deviata”, un percorso che porta dalle vecchie, ufficiali “perversioni”, alle attuali “parafilie”. 


I primi passi: l’approccio psicoanalitico
Quando si parla della storia dei disturbi mentali non si può prescindere da uno dei suoi padri fondatori: Sigmund Freud. Si può essere d’accordo o no con le sue teorie. L’evidenza clinica le ha in parte sconfessate o ridimensionate. Ma non si può non essere concordi sul ruolo che ha avuto nel passaggio da una prassi medica centrata sul dottore, le cui prescrizioni erano incriticabili, ad una centrata sul paziente, su una persona che deve essere soprattutto ascoltata.
Freud ha scritto la sua opera a cavallo tra il XIX° e il XX° secolo. In quel periodo la società considerava la sessualità in maniera decisamente ristretta. Per Freud un’attività sessuale perversa doveva rispondere a determinati criteri: doveva essere focalizzata su regioni del corpo non genitali; doveva sostituire la normale attività eterosessuale; doveva essere la pratica sessuale esclusiva del soggetto. Detto questo, sottolineò che tracce di perversione potevano essere teoricamente presenti in ogni individuo.
Come tutti sappiamo le idee di Freud hanno fatto scuola, e tanti sono stati gli psicoanalisti che hanno seguito le sue orme. Per Fenichel le perversioni possono essere fissazioni o regressioni a forme di sessualità infantile che persistono nella vita adulta. Un atto perverso può divenire una procedura fissata e ritualizzata, e la sola strada per raggiungere l’orgasmo.
Tra tanti che si sono occupati del problema una menzione a parte merita il lavoro di Kohut negli anni ’70. Per lui le attività e le fantasie perverse si trovavano in un’area compartimentalizzata della personalità, scissa, staccata dal resto. L’attività perversa diventa quindi un tentativo disperato di ristabilire l’integrità del Sé quando questo è minacciato dall’abbandono, dalla separazione. I pazienti sono speso inconsapevoli della connessione tra il loro sintomo e gli stati emotivi, o tra il sintomo ed eventi della loro vita che possono accrescere i loro bisogni sessuali. Per il terapeuta il compito principale diventava allora quello di integrare il comportamento perverso con il comportamento generale della personalità del paziente. E andava messo in luce soprattutto l’aspetto relazionale del comportamento. Queste osservazioni di Kohut sono tuttora alla base delle più moderne tecniche terapeutiche degli aggressori sessuali.
Stoller nel 1975 definì la perversione “la forma erotica dell’odio”, basata sul desiderio di umiliare il proprio partner sessuale, e anche se stessi. In accordo con Freud, ha però poi rilevato che in fin dei conti in ogni atto sessuale ci può essere una certa tendenza ostile verso il partner. La perversione si attualizza allora quando l’atto erotico viene utilizzato proprio per evitare una relazione a lungo termine, un coinvolgimento emotivo con l’altra persona. Non va invece considerata tale quando è al servizio della costituzione di una relazione intima e stabile.
Nel corso degli anni la posizione della psicoanalisi si è fatta via via più dolce e comprensiva. La Mc Dougall negli anni ’80 arriva a dire che fantasie perverse si riscontrano normalmente in tutto il comportamento adulto, ma causano pochi problemi finchè non vengono esperite come compulsive. In questo caso, possono diventare come una droga che il paziente usa per “curare” un senso di morte interno e una paura di dintegrazione del Sé. Ha inoltre sottolineato che i clinici devono essere empatici con i loro pazienti, che sentono tali richieste sessuali necessarie alla loro sopravvivenza emotiva. 


L’approccio cognitivo – comportamentale
Ha origine profonde, ma prende piede negli anni ’60. All’inizio si applicavano solo le tecniche comportamentali di tipo avversivo. Per esempio, ai violentatori si facevano vedere delle immagini sessuali associate all’iniezione di una sostanza che produceva nausea.
Poi sono nate le teorie cognitive di Aaron Beck, applicate dapprima alla depressione, poi ad altri disturbi mentali. Per questo psicoterapeuta, una persona affetta da una malattia mentale ha delle distorsioni cognitive che gli impediscono di uscire dal suo disturbo. Per esempio, un depresso può pensare di non valere come gli altri, che gli altri ce l’abbiano con lui, interpretare ogni cosa in maniera depressiva. Se non lo si aiuta a cambiare questi schemi mentali non riuscirà mai a guarire.
Allo stesso modo, un perverso può considerare assolutamente normali: relazioni affettive instabili, la violenza interpersonale, opinioni negative su donne e bambini, la superiorità del maschio. Può sviluppare tolleranza verso violenza e abusi, e scarsa tolleranza agli stress.
Altri specialisti, tra cui David Finkelhor, hanno poi specificato il concetto di vulnerabilità. Si sono quindi chiesti: perchè alcuni soggetti con tendenze perverse colgono l’occasione ed altri invece no? E hanno visto che, trovandosi in situazione potenzialmente favorevole all’aggressione, solo i vulnerabili in modo cronico (per sviluppo, contesto sociale e condizionamento) la riconosceranno come un’opportunità di aggredire e, a seconda della vulnerabilità del momento, potranno abusare o no. Il difficile compito del terapeuta sarà quindi quello di costruire la capacità di resistenza in questi pazienti.
I terapeuti cognitivi hanno lavorato molto sul recupero dell’autostima da parte di questi soggetti. Hanno visto che spesso una delle leve che porta il sexual offender ad abusare degli altri è la scarsa considerazione che ha di se stesso. Il non riuscire ad avere una normale vita sociale lo porta a delle distorsioni cognitive sui rapporti con gli altri, basati non sulla reciproca comprensione ma sulla sopraffazione. Il perverso ha una modalità soggettiva di vivere l’intimità, basata spesso sulla solitudine o su problematiche d’attaccamento. Manca spesso di empatia: non solo nei confronti della sua vittima, ma in generale con tutte le persona con cui si rapporta. Per questo, da una terapia strettamente individuale, si è passati nel tempo a considerare per queste persone una terapia di gruppo, dove il sexual offender possa confrontarsi con altri pazienti.
Secondo Marshall, la maggior parte dei sexual offender presenta degli atteggiamenti di rifiuto del sé. La bassa autostima li porta ad incanalare le loro tensioni violente in aggressioni verso obiettivi percepiti come deboli e indifesi (donne e bambini). La mancanza di intimità, ricercata attraverso il sesso, lascia insoddisfatto questo bisogno, ma dà gratificazione sessuale e sollievo temporaneo al senso di angoscia.
Marshall cerca anche di distinguere i malati, che hanno bisogno di cure, dai delinquenti che spesso mentono per apparire pazienti; e si chiede quanto questi ultimi siano di competenza psicologico – psichiatrica. La risposta non è semplice: può infatti capitare che il sexual offender distorca in modo consapevole i propri convincimenti per trasgredire senza sensi di colpa; ma arrivi poi a considerare queste distorsioni funzionali alla propria condotta. Le distorsioni possono andare dalla negazione (“non sono stato io”) alla minimizzazione (“non ho fatto niente di male!”). L’ammissione di aver causato un danno costituisce il primo passo verso una risposta empatica. E’ infatti l’empatia, secondo questo approccio, ciò che manca la perverso: non si rende conto dell’esperienza emotiva dell’altro. Cercare di interpretare i bisogni degli altri è uno dei primi passi che i terapeuti cercano di ottenere con questi pazienti. 


Il modello biochimico
E se i meccanismi mentali del perverso non fossero solo psicologici? Se vi fossero alla base anche delle alterazioni nella comunicazione neuronale? E’ la domanda che si sono posti alcuni psichiatri americani che hanno avuto nel loro massimo interprete il prof. Martin Kafka.
Lui ha notato che ogni condizione cerebrale che intensifichi gli effetti del testosterone, un ormone sessuale, o che danneggi le funzioni di una zona del cervello, il lobo frontale, può aumentare il rischio di inappropriati comportamenti sessuali. Quindi ogni agente farmacologico o psicoterapeutico che possa diminuire gli effetti del testosterone e/o aumentare le funzioni esecutive associate ad alcune zone del cervello quali la corteccia prefrontale o il sistema limbico dovrebbe ridurre l’impulsività sessuale.
Due sembrano i neurotrasmettitori coinvolti: la serotonina e la dopamina, con effetti diversi. Una diminuzione della serotonina è associata a comportamento ipersessuale nei roditori e nei gatti. Un aumento della motivazione sessuale è associato all’incremento di dopamina ipotalamica. Farmaci che aumentano la disponibilità di serotonina sono associati a un diminuito desiderio sessuale e diminuita motivazione sessuale.
Il problema però, come abbiamo detto, è anche ormonale: farmaci che vanno ad inibire il testosterone possono ridurre anche l’ipersessualità. 


Perversioni e doppia diagnosi
Diverse perversioni spesso coesistono in uno stesso individuo. Un ampio spettro di disturbi mentali o livelli di organizzazione di personalità può essere presente in chi abbia una parafilia. Perversioni sono state osservate, ad esempio, in pazienti psicotici, disturbi di personalità, o in pazienti relativamente sani o nevrotici. Una sessualità perversa molto varia viene abitualmente trovata in pazienti affetti da disturbo borderline di personalità. Perversioni che comportano una marcata crudeltà nei confronti di altri sono spesso presenti in disturbi antisociali di personalità. Secondo gli psicoanalisti, i pazienti psicotici possono usare una perversione per impedire la dissoluzione del Sé. Abuso di psicotropi (alcol e stupefacenti) sono spesso compagni di un atto di perversione sessuale, che può essere compiuto o sotto l’effetto della sostanza o questa può essere usata per aiutare il soggetto a compiere l’atto con minori remore. D’altro canto molte persone che abusano di psicotropi possono avere peculiari tratti di personalità con instabilità nelle relazioni, promiscuità sessuale, disaffezione alla vita, mancanza d’empatia. Abuso o dipendenza spesso vanno di pari passo con le aggressioni sessuali, agite o subite (Langstrom 2006). 


La perversione: un problema solo maschile?
Fino a poco tempo fa si considerava la perversione un disturbo a pressoché esclusivo appannaggio degli uomini. E’ difficile vedere una donna come aggressore sessuale. La donna è generalmente colei che accudisce i figli, che gestisce la famiglia. E se una donna adulta ha una relazione con un minorenne la società è più incline a vedere questo rapporto come consenziente e non punibile, anzi come una valida esperienza per il ragazzo.
Le cose sono cambiate negli ultimi anni. La Kaplan ha sottolineato che i clinici sono meno inclini ad identificare le perversioni nella donne perché implicano delle dinamiche più sottili rispetto alle più prevedibili perversioni maschili. Le perversioni femminili sembrano più legate a tematiche quali la separazione o la perdita. Ad esempio, donne che hanno subito da bambine delle violenze adottano un modello di sessualità femminile esasperato nel tentativo vendicarsi sugli uomini e di rassicurarsi sulla propria femminilità. Vengono perpetrati i problemi dell’attaccamento. E’ lo stesso meccanismo che avviene nell’uomo: chi non ha vissuto nell’empatia non riesce a coglierla nell’altro. 


Conclusione
La classificazione americana delle malattie mentali, adottata oramai da tutto il mondo occidentale, il DSM (Manuale diagnostico dei disturbi mentali), ha cambiato dal 1994 il termine perversione con quello più tecnico e meno giudicante di parafilia. Le parafilie sono situazioni in cui per raggiungere l’eccitazione sessuale vengono usati oggetti non umani (feticismo), in cui viene inflitto dolore a sé (sadismo) o agli altri (masochismo), o in cui vengono coinvolti bambini (pedofilia) o adulti non consenzienti (esibizionismo, voyeurismo o frotteurismo). E’ cambiato anche l’atteggiamento verso i parafilici, che da “perversi”, quindi da persone da disprezzare, sono ora visti come soggetti da riabilitare. Nel nostro lavoro dobbiamo trarre costantemente deduzioni circa le loro motivazioni, pensieri, sentimenti e comportamenti che spesso sono poco chiari allo stesso aggressore. Il modo in cui di solito lo facciamo è basare le nostre ipotesi sulla comprensione dei nostri processi mentali e sulle modalità con cui spesso manteniamo tali processi impenetrabili a noi stessi. Ogni giorno traiamo deduzioni sul significato e sui motivi che stanno dietro il comportamento di quasi tutte le persona con cui veniamo a contatto. Per fare ciò con i parafilici dobbiamo considerare i processi che governano il loro comportamento. E questo non è possibile finché continuiamo a demonizzarli. 



Bibliografia
Beck A 1987 Terapia cognitiva della depressione. Boringhieri, Torino.
Fenichel O.1945 Trattato di psicoanalisi delle nevrosi e delle psicosi. Astrolabio, Roma.
Freud S. 1905 Tre saggi sulla teoria sessuale. OSF, vol.4., Boringhieri, Torino.
Kaplan L J 1992 Perversioni femminili: le tentazioni di Emma Bovary. Raffaello Cortina, Milano.
Kohut H 1971 Narcisismo e analisi del sé. Boringhieri, Torino.
Langstrom N High rates of sexual behavior in the general population: correlates and predictors.Arch Sex Behav. 2006 Feb;35(1):37-52
Marshall W 2001 Trattamento cognitivo degli aggressori sessuali. CSE, Torino.
Mc Dougall J 1980 A favore di una certa anormalità. Borla, Roma.
Stoller R J 1975 Perversione: la forma erotica dell’odio. Feltrinelli, Milano.


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